Imu e Tasi, le sanzioni per il ritardato pagamento

Il 18 giugno è stato l’ultimo giorno utile per il pagamento della prima rata 2018 di Imu e Tasi. Ma cosa succede se le imposte non sono state versate alla scadenza prevista? Molto semplice: si va incontro a sanzioni, il cui importo varia a seconda del tempo impiegato per regolarizzare la propria posizione con il Fisco.

Grazie allo strumento denominato “ravvedimento operoso”, il contribuente ha un anno di tempo per versare quanto dovuto con un importo maggiorato con gli interessi e le sanzioni dovute. Ecco come funziona questo strumento.

Ravvedimento operoso per Imu e Tasi 2018

Lo strumento del ravvedimento operoso prevede il pagamento, oltre la somma dovuta, anche di sanzioni e interessi, che dipenderanno dal ritardo con cui verranno versati gli importi. Ci sono quattro diversi tipi di ravvedimento.

  • Ravvedimento sprint – per un ritardo fino a 14 giorni si calcola una sanzione pari allo 0,2% al giorno fino a un massimo del 2,8% per 14 giorni di ritardo più gli interessi (dal 1º gennaio 2015 il tasso di interesse annuo è stato fissato allo 0,5%).
  • Ravvedimento lungo – ritardo dal 31º giorno fino a un anno. La sanzione è del 3,75% più gli interessi, da calcolarsi al saggio legale annuo dello 0,5%.
  • Ravvedimento breve – per un ritardo dal 15º fino al 30º giorno, la sanzione da applicare sarà pari al 3% più gli interessi da calcolare (aliquota dello 0,5% annuo).
  • Ravvedimento medio – si applica dopo il 30º giorno e fino al 90º e prevede una sanzione fissa del 3,33% dell’importo da versare più gli interessi giornalieri calcolati sul tasso di riferimento annuale.
  • Fonte:Idealista
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Cedolare secca 2018, quando si paga l’acconto

Il regime della cedolare secca per gli affitti consiste nell’applicazione di un’aliquota sostitutiva, fissa e agevolata che sostituisce Irpef e relative addizionali, imposta di registro, imposta di bollo di 16 euro. Sugli affitti a canone libero si applica un’aliquota del 21%, mentre la legge di Stabilità 2018 ha prorogato l’aliquota del 10% per i contratti a canone concordato anche per il biennio 2018-2019. La data che i contribuenti adesso devono segnare in rosso sul calendario è quella relativa alla scadenza del 2 luglio.

Il 2 luglio 2018, infatti, scade il termine ultimo per il versamento del saldo 2017 e per l’acconto 2018 della cedolare secca. La scadenza per il 2018 è prorogata di due giorni rispetto al termine ordinario del 30 giugno che cade di sabato.

I contribuenti titolari di redditi da locazione che hanno aderito al regime della cedolare secca al 21% o al 10% sugli affitti dovranno versare l’importo dovuto entro il 2 luglio 2018, stessa scadenza per il versamento di Irpef e contributi Inps. Per il versamento del saldo 2017 e dell’acconto 2018 della cedolare secca bisognerà seguire le istruzioni messe a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.

Per stabilire chi deve pagare l’acconto della cedolare secca 2018, di importo pari al 95% dell’imposta dovuta per l’anno precedente, bisogna far riferimento a quanto indicato nel rigo RB11 della dichiarazione dei redditi.

L’acconto è dovuto quando il rigo RB11 campo 3 “Totale imposta cedolare secca” supera 51,65 euro. In caso contrario non è necessario versare l’acconto 2018, ma soltanto il saldo 2017, pari dunque al restante 5% della cedolare secca. L’acconto non è dovuto nel primo anno di esercizio dell’opzione per la cedolare secca, poiché manca la base imponibile di riferimento, cioè l’imposta sostitutiva dovuta per il periodo precedente.

Nel caso in cui l’importo dell’acconto per la cedolare secca 2018 sia superiore a 51,65 euro, il versamento deve essere effettuato nelle seguenti scadenze e modalità:

  • unica soluzione entro il 30 novembre 2018 qualora l’importo dovuto sia inferiore a 257,52 euro;
  • due rate qualora l’importo dovuto sia superiore a 257,52 euro e in questo caso i versamenti devono essere suddivisi in due scadenze, prima rata di acconto entro il 2 luglio 2018 nella misura del 40% del dovuto, seconda rata di acconto entro il 30 novembre 2018 nella misura del 60%.

Nel caso in cui il contribuente prevedesse un reddito da locazione inferiore, e quindi una minore imposta, gli acconti dovuti possono essere ridotti in proporzione. Ma in dichiarazione dei redditi, rigo RB12, bisogna comunque indicare gli importi dovuti con il “calcolo storico”.

Per quanto riguarda il versamento del saldo 2017 della cedolare secca, la scadenza è fissata al 2 luglio 2018 o al 31 luglio con maggiorazione dello 0,40%.

Il saldo 2017 e l’acconto 2018 della cedolare secca devono essere pagati tramite modello F24, sezione Erario, utilizzando i seguenti codici tributo:

  • codice tributo 1840: Cedolare secca locazioni – Acconto prima rata;
  • codice tributo 1841: Cedolare secca locazioni – Acconto seconda rata o unica soluzione;
  • codice tributo 1842: Cedolare secca locazioni – Saldo.
  • Fonte:Idealista

Come trasformare 50 mq «a misura di Airbnb»

Un appartamento di 50metri quadrati può rappresenatre il “taglio” ideale da trasformare in una casa-vacanze intima e confortevole da affittare per brevi periodi, soprattutto se collocato in zone turistiche. Come è il caso di un appartamentino in un palazzo di pregio nel centro di Napoli, il cui proprietario, dopo aver aperto un contest di progettazione architettonica sulla piattaforma GoPillar, ha raccolto 17 diverse idee progettuali da architetti e interior designer di tutto il mondo, per riconvertirlo in modo smart e flessibile, in modo da renderlo adatto sia a giovani coppie che a piccoli gruppi o famiglie di 3-4 persone.

Il progetto vincitore è quello, semplice e lineare, di Angelica Contursi, che riesce a suddividere in maniera ottimale gli spazi in modo da ricavare un ambiente separato per ogni funzione dell’appartamento. Lo fa posizionando un cucinotto all’ingresso. separato dal resto dell’area living da una porta a soffietto per risparmiare più spazio possibile, porta che ritroviamo all’ingresso della camera da letto annessa a un piccolo bagno che sacrifica un po’ gli spazi a vantaggio di una maggiore funzionalità. L’area living, caratterizzata da un arredo essenziale e facilmente movibile, si trasforma all’occorrenza in una seconda zona letto attraverso l’inserimento di una parete attrezzata con letti a scomparsa.

L’architetto Alessio Runci, invece, imposta la pianta in modo diverso, collocando i servizi all’ingresso, e lasciando il maggior spazio possibile alla zona notte, sia con la presenza di un’ampia camera matrimoniale principale, sia con l’inserimento nell’esatto centro dell’area living di un comodo divano letto, che la trasforma in una seconda camera da letto senza intralciare la fruizione di nessun altro spazio. Il modulo cucina si compone di una parete attrezzata posta in una nicchia defilata nel soggiorno, in modo da evitare ulteriori ingombri nel living; l’utilizzo di mobili e piastrelle colorate e di design lo pone comunque in una posizione di risalto e funzionalmente separata dal resto dell’ambiente.

La soluzione proposta da Alessio Pea prevede una variazione totale dell’appartamento in due soluzioni alternative ma conviventi, monolocale open space di giorno e bilocale di notte, grazie all’inserimento interno di una parete totalmente apribile a pacchetto al posto del tramezzo divisorio. Per massimizzare ulteriormente l’alternanza funzionale tra zona giorno e zona notte anche l’angolo cottura è pensato a scomparsa, con delle ante a libro chiudibili attraverso un binario di alluminio che la rendono perfettamente mimetizzabile nella stanza una volta terminato il suo utilizzo. Di notte, una parete a scomparsa si poggia comodamente su uno dei divani rivelando un letto matrimoniale, senza la necessità di spostare nessuno dei mobili del soggiorno; il divano letto e il tavolo retraibile completano la trasformazione.

Fonte: Il sole 24 ore

“I tassi sui mutui non sono mai stati così bassi nella storia della Repubblica”

Mercato del credito delle famiglie e crediti tossici in pancia alle banche. Sono gli argomenti centrali affrontati da Angelo Peppetti, della direzione strategie e mercati finanziari dell’Abi, ospite di Immonext 2018 – il forum sul mercato immobiliare organizzato a Milano da idealista. Nel corso del suo intervento, Peppetti ha voluto sottolineare il buon momento che sta vivendo il settore dei mutui, con tassi “che non sono mai stati così bassi nella storia della Repubblica”, tanto che “il 70% delle famiglie italiane sarebbe in grado oggi di sostenere la rata di un finanziamento”.

“Il Pil nel nostro Paese sta crescendo in maniera stabile e costante – ha affermato Peppetti – a dicembre 2017 abbiamo registrato un incremento dell’1,5%, riteniamo dalle nostre previsioni che possa essere mantenuto questo dato anche nel 2018, con un lieve calo negli anni successivi, ma con una crescita stabile. Questo si riflette necessariamente sull’andamento dei Non performing loans che abbiamo accumulato nel corso della crisi, dal 2010 al 2011”.

Gli Npl in pancia alle banche

E ha aggiunto: “C’è un andamento abbastanza significativo decrescente degli Npl, cioè dei finanziamenti che hanno comunque un ritardo di pagamento superiore a 180 giorni, mentre al contempo stanno crescendo i finanziamenti performing, cioè quelli che invece vanno bene e sono regolari nel pagamento delle rate. Le attività delle banche nella riduzione degli Npl sono state abbastanza costanti e hanno generato una riduzione significativa che porta il rapporto tra i Non performing loans e gli attivi al 13,5%”. Peppetti ha quindi passato in rassegna la situazione generale.

Sul fronte dell’andamento relativo alle sofferenze nette, cioè il vero rischio delle banche, quindi sofferenze che non sono coperte né da riserve né da garanzie, il picco lo abbiamo avuto a novembre del 2015 (88,8 miliardi), mentre a febbraio 2018 sono scese a 54,5 miliardi, -37 rispetto a dicembre 2016, -39 rispetto a novembre del 2015. La decelerazione è costante, continua e rapida.

In merito all’andamento dell’evoluzione del rischio del credito in Italia, quindi la probabilità di insolvenza in funzione dei diversi comparti di finanziamento, il comparto più rischioso è quello delle imprese (2,5%). Qui si segnala un andamento decrescente, ciò sta a significare che si è ricominciato a onorare le proprie rate e a pagare nuovamente i finanziamenti.

Per quanto riguarda la tenuta del settore bancario, la capacità di copertura interna – con gli attivi interni, con i saldi interni delle banche – rispetto ai Non performing loans è intorno al 64,4%, ma se vediamo i dati relativi al tasso di recupero in caso di procedure esecutive arriviamo al 43%: sommando il 64% con il 43% si supera abbondantemente il 100%, quindi ci troviamo anche in termini di sofferenze nette in una situazione abbastanza positiva.

Analizzando la rischiosità delle imprese, è emerso che le piccole imprese sono quelle che in termini di numerosità, ma anche in termini di ammontare, hanno una maggiore rischiosità. Una nota dolente sta nel fatto che il tasso di insolvenza delle imprese che fanno parte del comparto delle costruzioni si aggira attorno al 5%, il doppio delle normali imprese più rischiose.

Sul fronte delle procedure esecutive, l’Italia non ha una buona situazione. Le procedure di recupero del credito rappresentano un importante gap competitivo che il nostro Paese ha rispetto agli altri Paesi.

L’andamento del mercato delle famiglie

Peppetti ha poi sottolineato: “L’andamento del mercato delle famiglie – mutui ipotecari e credito al consumo – sta andando molto bene: le consistenze a febbraio 2018 hanno segnato un +2,2%. Se analizziamo i prezzi di acquisto delle abitazioni, arriviamo intorno al 2,6%, abbiamo un ammontare di consistenze pari a 375 miliardi di euro, una crescita molto positiva, sicuramente superiore rispetto a quella del prodotto interno lordo”.

Sottolineando: “C’è un punto però su quale porre attenzione: l’andamento della domanda, cioè quante persone vanno in filiale a richiedere notizie in merito all’accensione di un finanziamento. I prestiti finalizzati, quindi al consumo, stanno andando abbastanza bene, mentre notiamo una riduzione delle richieste di mutui e surroghe. Noi leggiamo una riduzione dell’operazione di surroga, questo perché chi doveva fare un’operazione di surroga volta ad abbassare i propri tassi di interesse lo ha già fatto. Quello che stiamo vedendo in questo momento, in relazione ai timori di crescita dei tassi di interesse, è quello di trasformare il mutuo da variabile a fisso”.

Significatività dei mutui rispetto al Pil

Analizzando poi il rapporto tra la significatività dei mutui rispetto al Pil, è emerso che “l’Italia ha una significatività simile a quella dei Paesi dell’Europa orientale, come l’Ungheria, la Romania, la Polonia, cioè Paesi che non hanno una tradizione capitalistica come la nostra, ma sono usciti da un’economia pianificata dove la casa veniva data dallo Stato. C’è un potenziale di crescita abbastanza significativo, anche perché il tasso di indebitamento delle famiglie italiane è tra i più bassi d’Europa e si aggira attorno al 64/67% (dipende dalle statistiche che prendiamo della Banca d’Italia o della Bce) rispetto a una media del 90% che è quella europea, senza arrivare ai picchi del 110% tipico dello Uk”.

Peppetti ha poi spiegato: “Abbiamo anche analizzato un indice funzionale al verificare se le famiglie italiane sono in grado di sostenere le rate dei mutui, simulando un mutuo di 110.000 euro, tasso di interesse fisso, durata ventennale, loan to value all’80%. L’80% dei mutui ipotecari è cointestato, quindi non bisogna prendere in considerazione il singolo reddito, ma nella realtà operativa il mutuo è nell’80% dei casi sostenuto da due redditi. In base a questo indice di capacità di sostenere le rate riteniamo che oltre il 70% delle famiglie italiane se interessate sarebbero in grado di poter sostenere le rate”.

Gli aiuti pubblici al mutuo

In conclusione, Peppetti ha ricordato quello che è uno strumento molto importante: il Fondo centrale di garanzia, “che garantisce il 50% di mutui ipotecari, che è gratuito, non ha vincoli se non il fatto che il mutuo non deve essere superiore a 250.000 euro, che consente anche alle banche di poter erogare fino al 100% del finanziamento”.

Peppetti ha sottolineato: “Il Fondo ha erogato in due anni 4,1 miliardi di euro, un altro miliardo e mezzo è in fase di istruttoria da parte del Fondo stesso. Circa il 56% è stato erogato a mutuatari che hanno un’età inferiore a 35 anni, quindi un target specifico che ha bisogno di garanzie. Le banche che utilizzano questo Fondo non possono richiedere ulteriori garanzie, ovviamente oltre all’ipoteca, ai propri clienti”. Esaminando l’andamento delle domande giornaliere registrato alla Consap, ha evidenziato che “si è partiti nel 2015 a 3 e si è arrivati a marzo 2018 a 304 domande giornaliere, 1 ogni 6 minuti”.

Peppetti ha quindi affermato: “E’ un Fondo che ha funzionato. Se le cose si fanno bene, si riescono a trovare strumenti utili per favorire l’accesso al credito”. E ha chiosato: “Ci sarà uno sviluppo del mercato immobiliare? Questo dipende un po’ dall’andamento dell’economia generale. Nel 2011 abbiamo verificato una riduzione fortissima delle domande delle famiglie, al di là dell’erogazione, non tanto perché non sarebbero riuscite a sostenere le rate del proprio mutuo, ma perché non avevano una percezione positiva del futuro, del proprio posto di lavoro, quindi semplicemente non volevano rischiare di sostenere un investimento a lungo termine. Molto quindi dipenderà anche dalla percezione che avranno le famiglie sull’andamento dell’economia, oltre ovviamente all’effettivo andamento dell’economia”.

Nuda proprietà e usufrutto: vantaggi e svantaggi per venditore e acquirente

La nuda proprietà è in genere un’opzione di investimento per chi punta sulla rivalutazione del mattone nel lungo periodo, senza avere immediate necessità né abitative (ovviamente la casa resta a disposizione dell’usufruttuario fin quando è in vita), né di redditività (comprare per affittare). Gli anni di crisi hanno spinto l’offerta di questo tipo di soluzioni: i dati del 2016 registrano un aumento degli scambi di nuda proprietà pari ad un + 11,7% ( 24.107 transazioni).

Cosa implica acquistare un immobile in questa modalità?

Non v’è dubbio che per chi vende la formula soddisfa l’interesse a ricavare della liquidità, smobilizzando, ma senza andar fuori di casa e senza (come nel caso di un mutuo ordinario) dover iniziare mensilmente a restituire i soldi ricevuti. Se, peraltro, ho anche un’altra casa in cui abito, la posso, come usufruttuario mettere a reddito e arrotondare anche la mia pensione.

Per chi compra, implica senza dubbio acquistare a prezzi ridotti (tanto più giovane è la persona e, quindi, lunga la sua aspettativa di vita), aspettando il momento della morte per poterne diventare proprietario pieno, quindi andarci ad abitare o metterlo a reddito. Lo si fa come investimento ad esempio in vista di dare la casa ad un figlio che al momento è ancora piccolo.

Quali sono gli oneri fiscali?

Chi compra una nuda proprietà paga le imposte indirette secondo le aliquote ordinarie: quindi se ha i requisiti prima casa paga il 2% sul prezzo o valore catastale (qualora invochi il prezzo-valore); se seconda casa, paga il 9%. Naturalmente la base imponibile è ridotta in quanto decurtata del valore dell’usufrutto calcolato in base a delle tabelle allegate al TU in tema di imposta di registro.

Quanto agli oneri successivi: le spese di imposte dirette, (IMU etc) e le spese condominiali, oltre quelle di manutenzione ordinaria sono a carico dell’usufruttuario.

Quelle straordinarie restano a carico del nudo proprietario.

A chi conviene questa opzione?

Lato acquirente: compro ad un prezzo di gran lunga più basso e scommetto sulla sopravvivenza più o meno lunga dell’usufruttuario per calibrare i tempi in cui potrò entrare in casa o affittarla per metterela a reddito.

Lato venditore: ricavo subito un bel gruzzoletto di danaro e non esco di casa. Non devo (come nel mutuo) restituire nulla. In alternativa posso chiedere, a titolo di corrispettivo, anche una rendita mensile o una assistenza morale e materiale a seconda delle esigenze. Ma in questi ultimi due casi i rischi di inadempimento da parte dell’acquirente sono più elevati e starà al notaio prevedere delle clausole di salvaguardia della posizione del venditore.

Quali sono gli altri aspetti da considerare?

Dal lato del venditore:

  • Potrà continuare ad abitare la sua abitazione senza rischio alcuno di esserne allontanato
  • Dovrà sopportarne il carico fiscale
  • Dovrà provvedere a sue spese alle opere di manutenzione ordinaria

Dal lato dell’acquirente

  • Non potrà godere della casa fino al momento della estinzione dell’usufrutto
  • Non sarà però tenuto a sopportare il carico fiscale
  • Dovrà pagare le opere di manutenzione straordinaria

Si può vendere la casa prima della morte dell’usufruttuario?

Nel nostro cc esiste una regola generale per cui non posso mai trasferire più di quello che mi spetta (meno sì): se ho in pancia una nuda proprietà, gravata dal peso di un usufrutto, ben potrò trasferire quella gravata dallo stesso peso. Devo solo trovare la persona interessata, ma non è affatto vietato.

Quale la posizione degli eredi di chi vende una nuda proprietà?

Gli eredi del venditore (riservatario del diritto di usufrutto) non troveranno nulla in eredità perché l’usufrutto si estingue con la morte del suo titolare. Si consiglia quindi di usare questo schema quando non si hanno eredi; a volte lo si usa quando eredi se ne hanno, ma si reputa si “siano comportati male”. In tal caso lo strumento è un modo indiretto per diseredare, ma occorre che la vendita sia fatta ad un prezzo congruo altrimenti l’erede potrebbe impugnarla con l’azione di riduzione dimostrando che si è trattato di un negozio misto con donazione.

Si può comprare con mutuo?

Certo che sì. Ma naturalmente, dato il valore ridotto della nuda proprietà, anche la somma che posso chiedere sarà proporzionata allo stesso. Se poi ottengo il consenso dell’usufruttuario a iscrivere ipoteca anche sul suo usufrutto (facendo da 3° datore) allora la banca avrà la garanzia sulla piena e non sulla sola nuda proprietà, per cui potrebbe darmi una somma maggiore a mutuo.

Fonte : Idealista

Dichiarazione dei redditi, il credito d’imposta per il riacquisto prima casa nel 730/2018

Il credito d’imposta per il riacquisto della prima casa spetta ai contribuenti che fra il primo gennaio 2017 e la data di presentazione del modello 730 abbiano acquistato un immobile, con i requisiti di “prima abitazione“, entro un anno dalla vendita di un altro immobile acquistato con i benefici fiscali.

In base all’art. 1, comma 55, della Legge n. 208 del 2015, è possibile beneficiare del credito d’imposta in commento anche nell’ipotesi in cui il contribuente proceda all’acquisto della nuova abitazione prima della vendita dell’immobile già posseduto. Per avvalersi del credito d’imposta la vendita dell’immobile deve avvenire entro un anno dalla data del nuovo acquisto.

Il contribuente può utilizzare il credito d’imposta in diminuzione dell’imposta di registro dovuta per l’atto di acquisto che lo determina oppure può utilizzarlo nei seguenti modi:

  • per l’intero importo in diminuzione dalle imposte di registro, ipotecarie e catastali, sulle successioni e donazioni dovute sugli atti e sulle denunce presentati dopo la data di acquisizione del credito;
  • in diminuzione dalle imposte sui redditi delle persone fisiche dovute in base alla dichiarazione da presentare successivamente alla data del nuovo acquisto;
  • in compensazione delle somme dovute ai sensi del DLGS n. 241 del 1997, utilizzando il Modello F24. In quest’ultimo caso, se il credito d’imposta è utilizzato solo in parte, la somma residua non compensata può essere indicata nell’apposito quadro dei modelli di dichiarazione dei redditi per poter essere utilizzata nei successivi periodi d’imposta.

Il credito d’imposta può essere fatto valere in sede di presentazione della prima dichiarazione dei redditi successiva al riacquisto, ovvero della dichiarazione relativa al periodo d’imposta in cui è stato effettuato il riacquisto stesso.

Il credito d‘imposta è un credito personale. Esso, infatti, compete al contribuente che, al momento dell‘acquisizione agevolata dell‘immobile, ovvero entro un anno dall’acquisto, abbia alienato la casa di abitazione da lui stesso acquistata con l’aliquota agevolata prevista ai fini dell‘imposta di registro o dell’IVA.

Trattandosi di un credito personale, qualora l‘immobile alienato o quello acquisito risultino in comunione, il credito d‘imposta deve essere imputato agli aventi diritto, rispettando la percentuale della comunione.

L‘importo del credito d‘imposta è commisurato all‘ammontare dell‘imposta di registro o dell‘IVA corrisposta in relazione al primo acquisto agevolato e, in ogni caso, non può essere superiore alla imposta di registro o all‘IVA corrisposta in relazione al secondo acquisto; il credito, pertanto, ammonta al minore degli importi dei tributi applicati.

Con riferimento all‘imposta di registro relativa sia al primo che al secondo acquisto agevolato, occorre ovviamente tenere conto non solo dell‘imposta principale ma anche dell‘eventuale imposta suppletiva e complementare di maggior valore.

Fonte:Idealista

Acquisto seconda casa, quali sono le spese

L’acquisto di una seconda casa comporta spese notarili e il pagamento di imposte. Bisogna tenere presente che in questo caso non sono previsti sconti fiscali e non è neppure possibile usufruire delle detrazioni fiscali del 19% sugli interessi passivi del mutuo. Vediamo quali sono le tasse da pagare.

Al momento della firma di un contratto di compravendita immobiliare, bisogna pagare le imposte, che ricadono sull’acquirente e non sul venditore. Le tasse vengono versate, attraverso il notaio, all’atto del rogito e non prima. Esse si sommano al prezzo di vendita indicato nel compromesso.

Le tasse sulla seconda casa – Le imposte da pagare sull’acquisto della seconda casa variano a seconda che il venditore sia un soggetto privato o un’impresa. Nel primo caso l’atto è soggetto all’imposta di registro, nel secondo si sconta quasi sempre l’Iva. Peraltro, se ad acquistare è un privato, l’Iva non può essere neanche recuperata e grava su di lui come qualsiasi altro costo.

Le tasse da pagare quando si compra da un’impresa costruttrice sono le seguenti:

  • Iva al 10% del prezzo totale dell’immobile per le abitazioni classificate o classificabili nelle categorie catastali diverse da A/1, A/8 e A/9 (immobili di lusso); invece per le categorie catastali A/1, A/8 e A/9 si sconta l’Iva al 22% (per la prima casa, invece, l’Iva è al 4%);
  • imposta di registro fissa di 200 euro;
  • imposta ipotecaria fissa di 200 euro;
  • imposta catastale fissa di 200 euro.

Ma l’acquisto della seconda casa da una ditta è soggetta a Iva solo se:

  • il venditore è un’impresa costruttrice o di ripristino dei fabbricati entro cinque anni dall’ultimazione della costruzione o dell’intervento; oppure anche dopo i 5 anni se il venditore sceglie nell’atto di vendita o nel contratto preliminare di assoggettare l’operazione a Iva;
  • oppure si tratta di vendita di immobili abitativi destinati ad alloggi sociali, per i quali il venditore sceglie nell’atto di vendita o nel contratto preliminare di sottoporre l’operazione a Iva.

In tutti gli altri casi, la vendita della seconda casa da impresa è Iva esente. In tale ipotesi bisognerà pagare:

  • l’imposta di registro in misura proporzionale del 9% del prezzo totale dell’immobile e comunque mai in misura inferiore a 1.000 euro;
  • l’imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
  • l’imposta catastale fissa di 50 euro.

Se invece il venditore è un privato, la vendita è sempre Iva esente e bisognerà invece pagare:

  • l’imposta di registro in misura proporzionale del 9% del prezzo totale dell’immobile e comunque mai in misura inferiore a 1.000 euro;
  • l’imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
  • l’imposta catastale fissa di 50 euro.

Gli atti assoggettati all’imposta di registro proporzionale e tutti gli atti e le formalità necessarie per effettuare gli adempimenti presso il catasto e i registri immobiliari sono esenti dall’imposta di bollo, dai tributi speciali catastali e dalle tasse ipotecarie.

Spese notarili acquisto seconda casa – Con la registrazione dell’atto di vendita e la relativa trascrizione, il notaio provvede a corrispondere le imposte per conto dell’acquirente. Quest’ultimo però deve pagare anche la parcella del notaio.

Imposta sui rifiuti sulla seconda casa – A meno che non si dimostri che l’immobile non è ammobiliato e che non sono state attivate le utenze, sulla seconda casa (anche se disabitata) deve essere pagata l’imposta sui rifiuti.

Fonte: Idealista